E’ UNA STAGIONE DI FUOCO

QUALI FATTORI STANNO ALLA BASE DELLA STAGIONE DI FUOCO REGISTRATA NEL 2017? L’ANALISI DI OIKOS.
Alfonso D’Ippolito, Segretario Generale

Quella del 2017 è risultata essere un’annata terribile per quanto riguarda il settore della tutela ambientale e della difesa del patrimonio boschivo nazionale dagli incendi.
Fino alla fine di luglio sono stati percorsi dal fuoco 74.965 ettari di aree boscate e di aree verdi appartenenti al cosiddetto territorio agro-silvo-pastorale (TASP). La Sicilia è stata la regione che ha fatto registrare il disastro ecologico di più vaste proporzioni. Ma anche in Calabria e in Campania i boschi del territorio regionale hanno ricevuto preoccupanti “ferite” mortali. Più ridotti i danni nelle altre regioni.
La tabella* che segue fornisce un primo bilancio del fenomeno, comunque sottostimato in assenza di dati definitivi. Sono indicate le regioni con i rispettivi ettari di aree boscate e verdi che sono state percorse dal fuoco lo scorso anno.

Sicilia 25.071
Calabria 19.224
Campania 13.037
Lazio 4.859
Sardegna 3.512
Puglia 3.049
Liguria 2.848
Toscana 1.521
Abruzzo 366
Lombardia 270
Marche 264
Umbria 221
Piemonte 151
*I dati derivano dal Progetto Copernico della Commissione Europea (rielaborazione di Oikos).

Ma cerchiamo di prendere in considerazione, con maggiore profondità di analisi, le condizioni che a nostro avviso stanno alla base di tale sciagurata e impressionante stagione sul fronte della tutela ambientale.

La fisica. Il triangolo del fuoco
La fisica insegna che per l’innesco di un focolaio di incendio sono necessari tre elementi, che ricorderemo meglio utilizzando tre “C”: il combustibile, il comburente e il calore.
Un’analisi del fenomeno degli incendi, sia in termini di prevenzione che di lotta attiva, non può prescindere dalla conoscenza da tale teorema. E’ dal triangolo del fuoco, infatti, che bisogna partire nella fase di programmazione, nella fase di previsione e soprattutto nella fase di prevenzione dei singoli focolai.

Le condizioni meteorologiche
Le condizioni meteorologiche non si configurano necessariamente come decisivo prerequisito per lo sviluppo degli incendi, Chi crede all’affermazione dei cosiddetti cambiamenti climatici descrive, da qualche tempo, scenari con fenomeni di riscaldamento, (che si verificano soprattutto nelle regioni del Mediterraneo) drastiche riduzione delle piogge nella primavera e maggiori ondate di caldo in estate, nonché conseguenziale sviluppo d’incendi potenzialmente più rapidi, intensi e di larghe dimensioni. Di certo una stagione primaverile particolarmente siccitosa fa sempre da preludio a una estate caratterizzata da aridità dei suoli e da vegetazione secca. Le alte temperature, la bassa umidità, il forte vento nonché gli episodi estremi (definite ondate di calore) .possono facilitare l’evoluzione di un incendio. Non c’è, però, nessuna relazione diretta tra le alte temperature e l’insorgere dei focolai. La possibilità di prevedere le condizioni meteorologiche, con sistemi di rilevamento satellitare sempre più sofisticati, consente, peraltro, di meglio monitorare il territorio, predisponendo, nelle ore più calde della giornata e in presenza di forte vento, azioni di vigilanza più accurate.
 
Gli incendi boschivi: dolo o colpa?
Prati che prendono fuoco per fenomeni di autocombustione, vetri e specchi che filtrano i raggi, mozziconi di sigaretta che alimentano focolai destinati a distruggere scarpate autostradali, fanno parte delle antologie delle castronerie, molto care a chi è abituato a negare l’evidenza.
E l’evidenza che si cerca di negare ha una sola acclarata faccia: dietro gli incendi c’è la mano spesso criminale dell’uomo. Non parliamo però certo di piromani. I piromani appartengono a una categoria psichiatrica specifica, comunque limitata, che agisce, spesso di notte nei confronti di autovetture e motocicli in sosta. Parliamo di incendiari, una svariata ed eterogenea moltitudine di soggetti che incorpora pastori in cerca di pascoli più ricchi e “puliti”, malviventi con motivazioni vendicative (Legambiente ha anche parlato di Ecomafie), operai forestali stagionali in cerca di future opportunità di impiego, cacciatori interessati a controllare e concentrare le aree di rifugio della fauna, raccoglitori di prodotti selvatici.
Esistono, inoltre, le azioni colpose che scaturiscono dai comportamenti di coloro che agendo con negligenza, noncuranza e imperizia e sottovalutando pienamente il rischio, effettuano la bruciature di residui vegetali, nonché l’abbruciamento delle stoppie dopo la mietitura.
Occorre tener presente inoltre, che in molti periodi dell’anno (di norma da giugno a settembre) è vietato accendere fuochi in prossimità di boschi, di aree verdi, di strade, di scarpate autostradali.  E’ sempre vietato accendere fuochi in centri abitati e mettere in atto (in prossimità di boschi) qualsiasi azione che possa arrecare pericolo d’incendio (far brillare mine o usare esplosivi, usare apparecchi a fiamma o elettrici per bruciare metalli, usare motori e fornelli o inceneritori che producono faville o braci persino fumare). Nei casi di violazione di tali norme, le azioni che provocano un incendio non possono, a nostro avviso, essere considerate colpose ma devono in tutta evidenza configurarsi come dolose. E devono essere opportunamente sanzionate.
Nell’ Europa meridionale quasi il 70% degli incendi boschivi è legato a bruciature di residui vegetali e al desiderio di rigenerare e rendere più produttivi i pascoli.

La Programmazione, la Previsione, la Prevenzione
Qualsiasi intervento nel settore della tutela del territorio richiede una programmazione adeguata, una previsione attenta e accurata, una prevenzione capillare.
Nel settore della difesa del patrimonio boschivo degli incendi le tre fasi descritte hanno presentato, soprattutto lo scorso anno, numerose lacune. Le attività di prevenzione soprattutto in molte regioni sono risultate superficiali, pressoché nulle o addirittura assenti sia per quanto riguarda la cura dei boschi o prevenzione indiretta (scelta delle essenze, realizzazione di diradamenti) che la realizzazione di interventi preventivi diretti (realizzazione e manutenzione di fasce tagliafuoco, riduzione del materiale combustibile, pulizia delle fasce laterali e delle strade e di quelle sottostanti le linee di comunicazione, interramento delle stoppie residue dopo la mietitura).
Infine, c’è uno strumento legislativo molto importante per prevenire gli incendi, che rappresenta   di fatto un forte deterrente contro gli incendiari e gli interessi che li muovono. Si tratta del “catasto delle aree percorse dal fuoco” previsto dalla legge 353 del 2000. Per effetto di tale disposizione le aree interessate da incendi vengono  sottoposte a vincoli rigidissimi:
-per 15 anni non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio;
-per 10 anni non è possibile realizzare edifici e altre infrastrutture;
-per 10 anni sono vietati il pascolo e la caccia;
-per 5 anni sono vietati anche i rimboschimenti, sostenuti da finanziamenti pubblici, salvo autorizzazione del Ministero dell’Ambiente.
Tale normativa tuttavia, sostanzialmente finora non viene ancora applicata. Soltanto un comune su cinque la applica, giungendo a ignorare la necessità di aggiornare ogni anno i dati in possesso.
A Roma Capitale ad esempio i dati disponibili si riferiscono al 2016. Ed è già un fatto positivo rispetto alla situazione di realtà comunali, soprattutto montane, che risultano essere completamente inadempienti.
 
Il bosco dimenticato
Nonostante le superfici forestali coprano più di un terzo del territorio e rappresentino quella che è stata definita la più grande infrastruttura verde del Paese e nonostante la maggiore espansione del patrimonio boschivo a seguito della ricolonizzazione dei terreni agricoli abbandonati, in Italia non c’è ancora una politica forestale finalizzata alla valorizzazione anche economica del patrimonio boschivo, che viene sovente trascurato o addirittura dimenticato.
A tal riguardo occorre considerare che un bosco che produce valore, infatti, è un bosco che viene difeso e che difficilmente brucia!

La lotta attiva
La lotta attiva contro gli incendi boschivi inizia nel momento in cui l’incendio è stato avvistato e sono disponibili mezzi e uomini che agiscono per spegnerlo. Per spegnere un incendio è necessario intervenire su una delle componenti del triangolo del fuoco (calore, comburente e combustibile) e in ogni operazione di spegnimento la combinazione ottimale degli interventi sulle singole componenti determina il successo delle operazioni.
Chiunque sia stato lungamente e ripetutamente impegnato nella lotta attiva AIB sa bene quanto siano variabili i valori quantitativi dei singoli elementi e quanto ciò stabilisca enormi difficoltà nella determinazione delle scelte più idonee da compiere.
Le scelte operate in tempi recenti hanno privilegiato l’impiego dell’intervento aereo, con una eccessiva mobilitazione di risorse anche a vantaggio di società private che fornivano gli elicotteri alle regioni.  Lo scorso anno si è manifestata, inoltre, la tendenza a trascurare l’importanza dell’intervento tempestivo delle squadre a terra. Molti focolai sono stati trascurati prima di diventare pericolosi fino a minacciare abitazioni e villaggi.

Una questione di “governance”
La governance sul settore chiama in causa il nuovo assetto istituzionale, che è stato profondamente modificato dalla Legge Madia di riforma della pubblica amministrazione e in particolare dal Decreto legislativo 177/2016 che ha ridefinito le istituzioni che operano nel settore forestale a livello centrale. Con il decreto 177 è stata fatta la scelta di militarizzare il Corpo forestale dello stato (Cfs) inglobando gran parte dei componenti nell’Arma dei Carabinieri. Tutto questo ha comportato anche la riforma delle competenze definita dal Decreto stesso, rendendo necessarie nuove convenzioni tra Regioni e Vigili del fuoco nonostante i problemi organizzativi e di personale oggi presenti.
A nostro avviso con il decreto 177 sono stati fatti due errori significativi in una sola decisione. In primo luogo si sono affidate responsabilità operative all’organizzazione dei Vigili del fuoco che non ha una struttura logistica diffusa sul territorio rurale, provocando così la perdita delle competenze del Corpo Forestale nel coordinamento sul campo, dopo alcuni decenni di attività antincendio, peraltro meritoria. Nel contempo si è accentuato quel processo di militarizzazione dell’apparato centrale dello stato nel campo della gestione delle risorse naturali proprio in un momento storico, in cui sarebbe stato invece fondamentale avere una pubblica amministrazione impegnata ad accompagnare anche  sul piano tecnico e amministrativo la gestione dei beni comuni, privilegiando la prevenzione sulla repressione, i rapporti di cooperazione e responsabilizzazione dei cittadini sull’impiego massiccio di risorse finanziarie per l’acquisto di aerei, velivoli e avanzate strutture telematiche e tecnologiche.
A nostro avviso, senza un capillare sistema di prevenzione allertato su tutto il territorio nazionale (privilegiando le aree periferiche o decentrate), la distruttiva stagione di fuoco registrata lo scorso anno non avrà difficoltà a ripetersi, proponendo ancora una volta una massacrante ferita al patrimonio naturale.